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Visita al birrificio Titanic

Notizie dai birrifici
Mercoledì 22 Giugno 2011 00:00

Stoke-on-Trent non è una città dalla bellezza indimenticabile, soprattutto se per arrivarci nel pomeriggio si è passati dal Peak District, uno dei parchi più visitati e belli d'Inghilterra. Burslem, nella zona industriale della città, se possibile, à anche meno piacevole di Stoke-on-Trent... che però è una città piuttosto famosa per almeno due motivi: il primo è che qui si fabbricano da secoli bellissime porcellane (gli artigiani della città hanno preparato preziosissime tazze per festeggiare il matrimonio di William e Kate); il secondo, più noto e forse più importante, è che qui è nato John Edward Smith il capitano del Titanic, la nave da crociera più sfortunata e famosa del mondo.

Prima_Pagina_NYT_TitanicLa prima pagina del New York Times il giorno dopo il disastro del Titanic

Non è comunque per nessuno di questi motivi che ci siamo spinti fino a qui... o meglio il Titanic un po' centra, ma solo per aver dato il nome a un birrificio che negli ultimi tempi ha fatto molto parlare di sé, in particolare per la sua stout, considerata da molti una delle più buone di tutto il Regno Unito.

 

 

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L'esterno del birrificio Titanic a Stoke-on-Trent

Ad accoglierci al birrificio è Dave Bott che insieme al fratello Keith nel 1988 ha acquistato Titanic dal precedente proprietario che era in grande difficoltà economica. Da quel momento il birrificio non ha fatto che crescere sia qualitativamente che quantitativamente pur restando assolutamente artigianale, soprattutto nell'impianto di produzione, che insieme alle birre e al profumo del lievito utilizzato, è la cosa che più ci ha colpito in questo viaggio.

Dopo una veloce introduzione di Dave, che ci racconta la storia del birrificio e ci mostra alcuni articoli usciti sui giornali locali nel corso degli anni, ci raggiunge il mastro birraio David Rawstorne che ci accompagna a vedere l'impianto produttivo, che da subito sarà chiaro essere unico nel suo genere.

La sala cottura è così composta: il tino d'ammostamento è nei fatti un fermentatore riadattato, così come la caldaia di bollitura, che è collegata a uno scambiatore di calore a olio nel quale il mosto passa e si scalda. Un impianto molto rudimentale che mette da subito in evidenza la capacità di David.

Sala_Cottura_TitanicLa sala cottura del birrificio Titanic

Da qui le birre passano in una seconda stanza molto grande dove sono ospitati gli 11 fermentatori, che consentono, insieme alla sala cottura, di produrre potenzialmente 160 barrel di birra alla settimana (quasi 260 hl). E qui non è solo l'intenso profumo sprigionato dal lievito (che troveremo poi a caratterizzare molte delle birre) a far capire che si è finiti in sala di fermentazione, ma anche il rumore della schiuma che dai tini cade per terra. Tutti i fermentatori sono infatti di forma cilindrica e rigorosamente aperti e la schiuma, abbondante forma un cappello molto ricco che quasi con una scadenza regolare tracima e cade per terra. Un luogo fuori dal mondo, lontano da quanto non siamo abituati a vedere nei nostri birrifici. Lontano da quell'idea di salubrità assolutamente inespugnabile che sempre più spesso vediamo anche nei birrifici più piccoli e che è in una nazione come la nostra la condizione indispensabile per produrre un qualcosa di bevibile. Diciamo che la sensazione che abbiamo avuto è la stessa di chi, abituato a vedere i moderni caseifici, tutti piastrelle e acciaio, si trovi all'improvviso in una baita di montagna che produce qualche formaggella. La differenza, però, forte, è che qui siamo in un grande birrificio, che produce 80 hl a ogni cotta e non in una piccola  casa di legno che produce poche forme per il proprio sostentamento.

Sala_Fermentazione_Titanic

I fermentatori del birrificio Titanic

Come tutto ciò sia possibile ce lo spiega David Rawstorne, e lo fa in una parola: Inghilterra. Qui il clima freddo non permette la coltivazione di frutta, e di uva, limitando quindi molto la presenza di microrganismi - lieviti su tutti - nell'atmosfera, e limitando di fatto il rischio di contaminazioni. È questo quindi che permette a questo luogo di mantenere il suo fascino. Un fascino che dopo un periodo di maturazione prende forma nelle birre di questo birrificio che abbiamo potuto gustare in uno dei pub di proprietà ne quale vi porteremo domani...

(to be continued)


Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Giugno 2011 15:53