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MIKKELLER: da una cucina di Copenhagen all’MBCC

Notizie flash
Scritto da Antonella Piscitello   
Mercoledì 09 Maggio 2018 16:21

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Come tante storie, anche quella di Mikkeller inizia in una cucina. Siamo nel 2005, Mikkel Borg Bjergsø, professore di matematica e fisica, e Kristian Klarup Keller, giornalista che successivamente lascerà l’azienda per tornare al suo lavoro, trovano tempo per coltivare una passione, l’homebrewing. Ben presto si rendono conto che il loro hobby può diventare qualcosa di più e nel 2006 nasce Mikkeller.Dal 2006 ad oggi molte cose sono cambiate, resta però salda la filosofia di questo microbirrificio che dal cuore della Danimarca oggi raggiunge più di 40 nazioni nel mondo con una varietà di produzioni da far girare la testa.

“WE AIM TO…brew beer that challenges the concept of good beer and moves people. We do this by using the best ingredients and work with the most talented and creative minds around the world.”

“Vogliamo creare birre che tocchino le persone e portino ai massimi confini il concetto di buona birra. Cerchiamo di farlo utilizzando i migliori ingredienti e lavorando con le menti più talentuose e creative in giro per il mondo”

Ancora oggi Mikkeller non ha una propria sede, ospitato per la produzione da birrifici amici (sempre più spesso De Proefbrouwerij in Belgio), da vita a birre sempre nuove - spesso produzioni one shot - in cui si fondono perfettamente studio approfondito di materie prime, tecniche di produzione e fantasia. Traggono ispirazione sia da stili inglesi che tipicamente belgi, reinterpretando li ed esplorando i confini del gusto. Prendiamo ad esempio la serie Spontan, versione Mikkelleriana delle lambic belghe, prodotte spesso con aggiunta di frutta fresca come la Spontanblackberry, o di erbe aromatiche, come la Spontanbasil nata dalla collaborazione con il birrificio belga Lindemans.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Maggio 2018 16:35
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Abbinamento birra e cibo, la pizza è l’unica opzione possibile?

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Scritto da Antonella Piscitello   
Mercoledì 04 Aprile 2018 16:31

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Il legame tra lievitati e fermentati è del tutto indissolubile. Cereali, acqua e lievito insieme ad un paio di altri ingredienti peculiari avvicinano pizza e birra creando un rapporto gastronomico e culturale difficile da scardinare. Anzi, potrebbe sembrare che in Italia, in cui la cultura gastronomica è storicamente legata al vino e ai suoi abbinamenti, quello accanto alla pizza, sia l’unico spazio a disposizione della birra.

In realtà, nel panorama di oggi questa associazione rischia di essere quantomeno riduttiva e anzi ci possiamo permettere di allargare un po’ questo orizzonte. Iniziamo parlando al plurale: gli abbinamenti tra pizze e birre non possono essere considerati al singolare. La varietà di farine, impasti e ingredienti fanno sì che l’abbinamento con la “classica birra bionda”, che per altro in questi termini non esiste, dato che le interpretazioni sono molteplici, non sia più sufficiente da solo. In più oggi si può tenere conto non solo dell’enorme varietà del panorama brassicolo nazionale e non, ma anche di tutte le opzioni in termini di ingredienti, ricette e preparazioni che la cucina oggi ha a disposizione. Esplorando il mondo degli abbinamenti in senso lato è necessario fare una distinzione di fondo ovvero decidere se procedere per accordo o per contrasto, o più semplicemente, tenere conto di entrambe le opportunità. Nel primo caso si mettono accanto cibi e bevande con le stesse caratteristiche gustative, nel secondo ci si pone l’obiettivo di riequilibrare il palato accostando sensazioni tattili o sapori tra di loro opposti. La riuscita di un abbinamento in ogni caso non sarà mai legata ad un’equazione matematica, ma piuttosto alla memoria sensoriale del soggetto e ovviamente alle singole preferenze. Per affrontare più nel dettaglio questo argomento, e includere piatti diversi dalla pizza, facciamo riferimento ad alcune delle diverse caratteristiche che è possibile trovare in una birra.

Ultimo aggiornamento Lunedì 09 Aprile 2018 09:30
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Una chiacchierata con Jason Pond

Notizie dai birrifici
Scritto da Antonella Piscitello   
Giovedì 29 Marzo 2018 15:11

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Qualche giorno fa abbiamo ricevuto la visita di Jason Pond, capo della produzione di Brewdog e ne abbiamo approfittato per fare due chiacchiere. Abbiamo parlato di Brewdog e di birra ovviamente, ma anche della sua storia e del suo percorso: dalla California si è trasferito in Colorado nel 2008 insieme alla fidanzata, lavorando per Oskar Blues prima e per poi tornare sulla costa da Firestone Walker. Ci racconta che trasferirsi in Europa circa un anno fa, e lavorare per Brewdog, è stato un cambiamento importante soprattutto per quanto riguarda lo stile di vita, decisamente meno frenetico e più tranquillo, fatta eccezione per il lavoro.
Brewdog è una delle realtà che è cresciuta e continua a crescere più velocemente in Europa e il ruolo che svolge nel panorama birrario europeo è molto simile a quello degli Stati Uniti all’interno della Craft Beer Revolution internazionale.

Quali pensi che siano le differenze tra il panorama europeo delle craft beer e quello statunitense?

Negli Stati Uniti la Craft Beer Revolution è iniziata in anticipo e oggi le produzioni artigianali hanno numeri più grandi. Questa è sicuramente una grande fortuna per l’Europa che può capire quali siano le tendenze che funzionano e quelle che non funzionano sul mercato e poi adattare la propria offerta. In ogni caso questa differenza oggi è molto meno marcata e anche negli States si guarda a quello che succede in Europa; basti pensare al grande interesse che c’è in questo momento per il mondo sour. Di fatto è quello che succede anche a Brewdog, essendo una realtà grande, spesso ha il ruolo di apripista di nuove tendenze.

Ultimo aggiornamento Giovedì 29 Marzo 2018 15:47
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